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Città d’arte

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, Antichità - Archeologia - di Travel Blogger MyItaly

Uno spaccato sulla vita di 2000 anni fa, Pompei

“Le scosse crebbero talmente da far sembrare che ogni cosa si rovesciasse. Il mare pareva si ripiegasse su se stesso, quasi respinto dal tremare della terra, la spiaggia s’era allargata e molti animali marini giacevano sulle sabbie rimaste in secco. Si elevava una nube, ma chi guardava da lontano non riusciva a precisare da quale montagna: nessun’altra pianta meglio del pino ne potrebbe riprodurre la forma. Infatti la nube, slanciatasi in su in modo da suggerire l’idea di un altissimo tronco, si apriva in diversi rami”.

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Il racconto che Plinio il Giovane offrì tramite lettera all’amico Tacito descrive in modo vivido il cataclisma che colpì la città di Pompei, di Ercolano, di Stabia e di Oplonti, quando il Vesuvio (la montagna da cui effettivamente si alzava il fumo terribile, nello sbigottimento generale dei presenti che abbiamo appena letto) eruttò nel 79 d.C., sotto il governo della Dinastia Flavia. Il risultato di questa autentica furia magmatica fu la rapidissima inclusione di quegli antichi abitati al di sotto di una coltre di lapilli e cenere spessa 10 metri, evento che, insieme agli effluvi tossici e alle scosse sismiche, annientò completamente la popolazione. La sorte volle, però, che da questa autentica sciagura si trovasse nel tempo anche un lato positivo: la più straordinaria testimonianza della quotidianità di una comunità tanto antica perfettamente conservata dagli agenti atmosferici e dalla scure del tempo, vero e proprio unicum su scala globale dal punto di vista storico, archeologico, artistico e sociologico.

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Sito protetto dall’UNESCO, cominciò ad essere scavato con criterio scientifico nel 1748, per volere di Carlo III di Borbone, che affidò allo studioso Roque Joaquìn de Alcubierre i sondaggi che per primi indagarono l’area sottostante la collina di Civita, dove i centri urbani effettivamente sorgevano e, pressoché intatti, aspettavano di rivedere la luce del sole.

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Le ville d’otium che si possono contare nell’ampio sito archeologico di Pompei, esteso per oltre 440.000 metri quadrati, sono relativamente poche: era prassi infatti erigerle appena fuori il conglomerato urbano vero e proprio, su dolci pendii coltivati distanti dalla città. A maggior ragione vanno considerate preziosissime le testimonianze della Villa dei Misteri, della Villa di Diomede, della Villa Imperiale, della Villa di Giulia Felice, della Villa di Cicerone, della Villa di Titus Siminius Stephanus, della Villa dei Gladiatori e dell’Edifizio dei Triclini: costruite in epoche diverse, comprese tra il II secolo a.C. e il I d.C., offrono agli occhi del mondo uno sfolgorante campione di architetture di lusso, cortili, locali termali, affreschi, mosaici, suppellettili di grande raffinatezza e monete dell’epoca.

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Controparte altrettanto fondamentale di questo spaccato urbano è poi costituito dalle architetture domestiche popolari, riconoscibili in termini di ceto sociale degli inquilini sulla base della foggia specifica e degli oggetti rinvenuti al loro interno. Le grandi domus appartenevano ai più benestanti, ed erano dotate di molti locali; case di dimensioni inferiori facevano riferimento al ceto medio, e generalmente si strutturavano in un cortile interno da cui dipartivano alcuni vani e un orto da coltivare; infine, le pergule erano di proprietà dei commercianti, e presentavano un affaccio sulla strada che fungeva da bottega e alcune piccole stanze sul retro che svolgevano il ruolo di magazzino e di abitazione vera e propria.